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2019 – San Giovanni al Natisone (PN)
Studio di fattibilità

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Durante il sopralluogo al Deposito Munizioni di Medeuzza abbiamo inizialmente pensato di essere di fronte al tipico paesaggio offerto da un sito militare dismesso: edifici diroccati e rovi a ostruire il passaggio. Superato però il lungo viale d’ingresso che dalla Strada Provinciale 50 si allunga verso il deposito, ci è apparso un paesaggio radicalmente diverso e inaspettato: gli alti argini quasi interamente ricoperti di polloni di Ailanto danno forma ad un luogo strano e silenzioso e a tratti, aggirandosi sopra il soffice manto erboso, sembra quasi di essere all’interno di una singolare città o una struttura urbana di cui ci sfugge il senso, ma all’interno della quale è bello stare per la strana atmosfera di calma che si respira. Molti argini sono inaccessibili a causa della vegetazione, ma in alcuni si può penetrare, scoprendo come i resti delle casematte dialogano con questa vegetazione in crescita esplosiva. Le tracce di animali sono dappertutto, piccoli sentieri, orme, escrementi, nidi, tane ricavate sugli argini, addirittura un grosso scheletro di capriolo. La doppia recinzione che cinge il Deposito ha molte conseguenze: tiene fuori il caos esterno – e questa sensazione di protezione è responsabile della sensazione di tranquillità che si prova passeggiando – ma permette agli animali più scaltri di penetrare in questa porzione di mondo e ricavarsi uno spazio protetto. I dispositivi che servivano a proteggere il contenuto della polveriera continuano ad assolvere al loro compito, ma con esiti molto diversi. Il passato militare del luogo è visibile solo dopo un po’, quando si notano le garitte sul perimetro e si incontra il bunker dedicato alla spolettatura delle munizioni: senza queste presenze la polveriera sembra più uno stravagante parco abbandonato.

 

La riconversione del Deposito Munizioni di Medeuzza in Polveriera della Biodiversità

Collocata all’interno del progetto del Parco Fluviale Transfrontaliero del Natisone, la polveriera di Medeuzza non è un sito militare isolato, ma è parte di un vasto sistema di difesa che per decenni ha influenzato il territorio regionale. Il Deposito Munizioni possiede dunque due livelli di lettura: quello militare che sta lentamente scomparendo, e quello naturale che sta crescendo in modo incontrollato. L’idea di riconversione mira a preservarli entrambi, costruendo un parco dove sia possibile entrare in contatto con la natura allo stato primordiale e al contempo accrescere la consapevolezza del passato militare e bellico del territorio.

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La volontà è di trasformare il deposito in un Parco della Biodiversità, rafforzando lo spontaneo processo di rinaturalizzazione già in atto e conducendolo verso un vero e proprio esperimento di “restauro ecologico”: sfruttando la particolare conformazione degli argini della polveriera, si andranno a ricreare diversi ecosistemi tipici della pianura friulana, con impatti positivi su tutti gli aspetti della biodiversità (piante, erbe, animali, insetti, etc). Tale processo sarà condotto senza cancellare la memoria storica, ma anzi mantenendola e preservandola attraverso la creazione di un percorso museale di conoscenza / consapevolezza, che potrebbe trovare il suo climax nella trasformazione in museo di uno degli edifici più grandi. Perchè il restauro ecologico trasformi il sito in un luogo attivo sarà necessario inoltre potenziare i corridoi ecologici esistenti e costruirne di nuovi, in modo da collegare il sistema ambientale del Natisone con quello del torrente Corno, superando la barriera della SP50 con un sottopasso e consentendo alla fauna un passaggio sicuro da un ecotopo all’altro.

 

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Riproponendo lo schema di protezione esistente della doppia recinzione, due terzi dell’area preserveranno intatta la loro impermeabilità al passaggio, mentre la parte più a sud sarà mantenuta aperta per fruirne liberamente; farà eccezione un lungo percorso sopraelevato che permetterà ai visitatori di osservare dall’alto, in un rapporto il meno possibile invasivo nei confronti del nuovo ecosistema. Per la stessa ragione il percorso si affaccia appena, come un trampolino panoramico, nell’area più a nord, senza però attraversarla: sarà quella infatti la zona di rinaturalizzazione massima, protetta da tutto il resto, con l’obiettivo di raggiungere la più alta biodiversità possibile.

 

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In sintesi, quella che era un’enclave militare potrebbe diventare un’enclave naturale, ovvero un luogo dove poter sperimentare una natura ad uno stato prossimo a quello non antropizzato, entrando al contempo in contatto con la memoria storica del luogo, del suo ruolo all’interno della militarizzazione del territorio friulano e della storia bellica.

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